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MANIFESTO POLITICO

i principi che ispirano l'esistenza della nostra Associazione

Come persone trans* viviamo in una società che non contempla i nostri corpi e le nostre identità, siamo dunque invisibili, non esistiamo.

Non esistiamo ogni volta che siamo costrett* ad usare un documento che non ci rappresenta, che non rappresenta la nostra identità e come viviamo i nostri rapporti sociali nella vita di tutti i giorni. 

Non esistiamo per il mondo del lavoro, ogni qualvolta una persona trans* viene esclusa in sede di colloquio sulla base di un pregiudizio. Quando per lo stesso pregiudizio un proprietario di casa si rifiuta di siglarci un contratto di affitto. Non esistiamo quando viene concesso a una farmacia di poter scegliere se venderci o meno la nostra terapia ormonale pur avendo in mano una regolare ricetta intestata. 

Non esistiamo per tutte quelle università che ancora oggi scelgono di non aderire alla formula della carriera alias con modulo di autocertificazione, esponendoci a continui outing da parte dei docenti o coming out forzati nelle aule accademiche, ignorando il nostro diritto alla  privacy. 

Le persone trans abbandonano la pratica dello sport se non è prevista la possibilità di allenarsi e competere in squadre che tengano conto dell’identità di genere della persona e del suo sesso di elezione piuttosto che del mero dato anagrafico.

Abbiamo il diritto di autodeterminare la nostra esistenza, abbiamo diritto ad esistere!

Non ci possiamo più accontentare di questa indifferenza e lacuna politica nei riguardi delle nostre vite. Di essere tutelat* solo dalla Corte di Cassazione e Costituzionale che, a colpi di sentenze, legittima dai tribunali la nostra esistenza proteggendoci dall’obbligo di sterilizzazione, da una legge che altrimenti ad oggi consentirebbe ancora quella violenza sui nostri corpi, la sterilizzazione di massa avvenuta sui corpi di migliaia di persone transgender fino al 2015 per ottenere la rettifica anagrafica. Lottiamo per una riforma dell’attuale quadro normativo in Italia. Abbiamo bisogno di una nuova legge che stabilisca in modo chiaro ed indiscutibile la non obbligatorietà alla sterilizzazione forzata per avere i documenti, e ad averli prima possibile in supporto della persona come già avviene in diversi stati civili in Europa, piuttosto che come conseguenza finale di un lungo, costoso ed estenuante iter legale.

Abbiamo bisogno di un parlamento coraggioso che smetta di farci sentire invisibili, e che calendarizzi al più presto una nuova proposta di legge, una riforma della obsoleta e ambigua sanatoria n.164 del 1982. Lottiamo per una riforma del quadro normativo italiano ispirata alla legge maltese, che non ci obblighi più a dover attraversare costosi e lunghi tribunali affinchè un giudice decida per noi, validando le nostre identità insieme ad uno psicologo. Rivendichiamo una legge che preveda i diritti delle persone transgender in età evolutiva, dell’infanzia transgender, delle famiglie transgenitoriali, del diritto alla propria autodeterminazione e all’accesso ai percorsi di affermazione di genere senza obbligo di diagnosi di patologie inesistenti come la cosìdetta disforia di genere. Lottiamo per la nostra liberazione da un sistema che ci opprime ed è abusante e violento nei nostri confronti. Lottiamo per esistere alla pari in tutti i contesti del nostro quotidiano. Lottiamo per abbattere lo stigma legato all’immaginario stereotipato che le persone hanno della comunità trans* a causa soprattutto della scorretta rappresentazione massmediatica dei nostri vissuti.

L’Italia ha un triste primato, risulta infatti dal 2016, il primo paese in Europa per numero di crimini d’odio nei confronti delle persone trans, al pari della Turchia. Ricordare ogni anno le vittime dell’odio transfobico in Italia non ci basta, noi abbiamo bisogno di leggi che ci tutelino, che ci proteggano dall’odio transfobico.

Abbiamo bisogno di una Legge Nazionale contro l’omo lesbo bi trans negatività

Essere visibile come persona trans* al giorno d’oggi in Italia è una sfida continua, significa essere nella maggior parte dei casi vittime di discriminazioni sociali, lavorative, familiari, o molto più semplicemente appunto “non esistere”, venendo di fatto escluse dalle logiche della quotidianità.  

Rivendichiamo la nostra autodeterminazione, riappropriandoci di identità che la società non contempla e non tutela. Con i nostri corpi plurali e le nostre fragilità intersezionali: siamo persone trans ma non solo, tant* di noi sono anche homeless senza una fissa dimora allontanat* dalle famiglie, siamo migranti in una società sempre più costretta a combattere il razzismo, siamo sex worker e non abbiamo alcun diritto riconosciuto come lavoratrici e lavoratori, lavoratori dallo Stato, siamo precari e ogni giorno per esistere è lotta di classe, siamo sieropositiv* e resistiamo allo nello stigma e disinformazione promossi sulla nostra pelle. Siamo persone disabili e lottiamo con i nostri corpi plurali per liberarci da una società abilista. Siamo tutt* noi. 

Abbiamo bisogno di Cultura, di decostruire stereotipi e ruoli di genere di questa società binaria e sessista che spezza le vite delle donne, e che si abbatte con ancora più violenza sui corpi delle donne transgender.

Abbiamo bisogno di percorsi scolastici che creino consapevolezza dando un’informazione completa alle nuove generazioni del mondo che li circonda, dell’esistenza di moltiplicità di identità “Altre” e orientamenti sessuali diversi da quelli proposti unicamente dallo schema eteronormativo. Abbiamo bisogno di rivedere le ultime agghiaccianti determine AIFA che non garantiscono l’accesso territoriale al diretto alla salute per le persone transgender, che vincolano alla diagnosi di disforia di genere per accedere alle terapie ormonali nero su bianco mentre prima questo aspetto non era stato sancito da alcun ente statale. Abbiamo bisogno di protocolli che seguano le più recenti linee guida dell’OMS Organizzazione Mondiale della Sanità che ha disposto la totale depatologizzazione delle persone transgender tramite l’utilizzo di un semplice modello di consenso informato tramite l’incongruenza di genere. Abbiamo bisogno di abbattere e spezzare il monopolio dei centri ONIG e della lobby di potere che viene esercitata sulle nostre vite ispirandoci a protocolli europei basati sul principio di autodeterminazione. Vogliamo poter formare gli operatori socio sanitari e assistenziali del nostro Servizio Sanitario Nazionale e di poter accedere in ogni ospedale laddove richieste le terapie ormonali sostitutive, non in soli pochi centri ghettizzati in Italia, non siamo più disposte a intraprendere lunghi viaggi per poter rinnovare un piano terapeutico da una delle poche endocrinologhe presenti sul territorio nazionale. Abbiamo diritto a esistere e a vedere riconosciuto il nostro diritto alla salute costituzionalmente previsto in modo uguale e capillare su tutto il territorio nazionale.

Lottiamo per l’abolizione del marchio di genere sui documenti, perchè non ha più senso per noi suddividerci sulla base di un sesso assegnato alla nascita, che non riconosce l’esistenza delle persone intersex e che di fatto norma le nostre esistenze suddividendo spesso l’accesso ai servizi pubblici su base di genere, come nell’accesso alle procedure di voto ai seggi elettorali suddivise con registri e file per genere. Abbiamo necessità di portare a un cambiamento che negli ultimi 40anni non è avvenuto, e faremo tutto ciò che potremo come comunità per fare sentire le nostre voci e il nostro grido.

Noi non siamo il gender, non siamo teorie astratte, siamo persone ed esistiamo.

I PUNTI FONDAMENTALI DELLA NOSTRA LOTTA:

  • Riconoscimento a ciascun cittadino italiano del diritto alla propria identità di genere senza obbligo a terapie psicologiche riparative o a fini diagnostici di patologie inesistenti (disforia di genere), utilizzo di consenso informato sulla base del principio di autodeterminazione.
  • una legge nuova che stabilisca in modo chiaro ed indiscutibile la non obbligatorietà ad alcun intervento chirurgico di sterilizzazione forzata per l’ottenimento della rettifica anagrafica. Su questo tema in Italia vige una totale lacuna politica, ad oggi infatti è solo grazie all’intervento della Corte di Cassazione che sono state emanate Sentenze atte a proteggere le persone trans dalla sterilizzazione di massa avvenuta fino al 2015 sui corpi delle persone transgender, una grave violazione dei diritti umani inviolabili della persona.
  • liberare le soggettività trans dal percorso burocratico nei tribunali e sostituendolo con una semplice procedura extra giudiziaria, come già previsto in svariati paesi in Europa. Rivendichiamo il riconoscimento del diritto all’autoderminazione dei nostri corpi e delle nostre identità trans, abolendo l’iter in tribunale per mezzo di avvocati e ctu, al cospetto di giudici e della loro autorizzazione a poter vivere le nostre vite.
  • riconoscimento dell’infanzia e dell’adolescenza transgender, del diritto delle persone in età evolutiva con varianza di genere a poter autodeterminarsi con il supporto dei propri affetti. La possibilità di accedere a bloccanti e terapie ormonali anche prima della maggiore età come avviene in paesi avanguardia in Europa (vedi Gigesc maltese ad esempio).
  • Impedire il declassamento dei matrimoni contratti in precedenza dalle persone trans trasformati in unioni civili con oggettive forme diverse di tutele riconosciute.
  • riconoscere il diritto all’identità di genere di persone che all’estero hanno vista riconosciuta la possibilità di non avere un gender marker F o M sul documento, e garantirne allo stesso modo la stessa possibilità
  • preservare l’integrità dei corpi delle persone intersex da interventi di normalizzazione da parte di medici chirurghi nei primi tempi di vita di un neonato.
  • (…) altrettanti punti contenuti nel nostro documento di proposta cartaceo

Rivendichiamo l’istituzione di una legge al fine di prevenire e contrastare le discriminazioni, i linguaggi offensivi e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere di una persona in qualsiasi ambito della propria vita.

Una legge nazionale antidiscriminazione atta a promuovere e valorizzare l’integrazione tra le politiche educative, scolastiche e formative (soprattutto per la prevenzione dei casi di bullismo), sociali e sanitarie, che riconosca una responsabilità penale.

Il diritto delle persone trans ad autodeterminarsi si estrinseca anche nell’integrazione nel mondo del lavoro, nell’accesso ad un reddito ed all’indipendenza economica. Per garantire inclusività nel mondo del lavoro sono necessarie politiche attive specifiche per le persone trans, specialmente in caso di incongruenza dell’anagrafica rispetto all’identità e/o all’espressione di genere della persona.

Per le persone trans è urgente che l’Italia si adegui immediatamente agli standard internazionali che oggi prevedono l’assenza di foto e genere dal curriculum, favorendo l’accesso ai colloqui di lavoro. Le persone transgender oggi sono spesso scartate sulla base di un pregiudizio in sede di colloquio laddove i documenti non ancora rettificati costringano la persona ad un coming out forzato minando da subito la fiducia dell’eventuale datore di lavoro, esponendola a una lesione della propria privacy.

Favorire la creazione di punti di informazione per i lavoratori e le lavoratrici trans che subiscono mobbing, e prevedere nei contratti di lavoro l’inserimento di tutele importanti per i lavoratori e lavoratrici trans, a partire dalla possibilità di utilizzare sul posto di lavoro un’anagrafe corrispondente al sesso di elezione della persona, in modo da proteggere il diritto alla privacy di questa in tutte le interazioni pubbliche (nome su un eventuale cartellino, nome in cartelli espositivi per i turni di lavoro, badge o documentazioni esposte in spazi comuni e di pubblico dominio all’interno dell’azienda).

Lo stigma e la discriminazione conducono ancora oggi troppe persone trans in situazioni di precarietà economica ed esistenziale, la promozione di queste pratiche determinerebbe un aumento della qualità di vita lavorativa dei lavoratori e lavoratrici trans, e permetterebbe a tante persone trans inoccupate o che hanno perso o lasciato il lavoro in seguito alla transizione, di esporsi con più tutela nella ricerca di una occupazione.

L’autodeterminazione delle persone trans è di fatto ostacolata dall’impossibilità concreta di esercitare il diritto alla salute per l’assenza di servizi omogenei su tutto il territorio nazionale relativi ai percorsi psicoterapeutici ed endocrinologici, qualora richiesti. È urgente garantire l’accesso a tali servizi presso tutte le strutture sanitarie pubbliche a livello capillare su tutto il territorio nazionale, garantendo alle persone trans di poter essere prese in carico nella propria città di residenza, e avendo cura di organizzare tali servizi con la collaborazione ed il coinvolgimento attivo delle associazioni operanti sui territori, in quanto soggetti in grado di recepire al meglio le esigenze dell’utenza. Sempre nell’ottica di rendere tali servizi accessibili a tutt* ed efficienti, è necessario assicurare una specifica formazione al personale medico-sanitario ed in generale a tutti gli operatori che intervengono a vario titolo nei percorsi di transizione, anche al fine di rendere le procedure adattabili alle specifiche esigenze ed ai vissuti individuali, che rimangono sempre unici e mai “standardizzabili”.

I servizi community-based riguardanti la salute delle persone trans erogati nei vari territori non possono lasciar spazio ad una deresponsabilizzazione del servizio sanitario nazionale in termini di monitoraggio della qualità del servizio erogato, dell’effettiva accessibilità, e per ciò che riguarda la gratuità dei farmaci usati per i percorsi ormonali si rende necessario che AIFA riconosca al più presto la fascia A alle persone transgender in Italia, rettificando le ultime determine vergognose in cui istituisce come obbligatoria la diagnosi di una patologia inesistente (disforia di genere) per l’ottenimento dei farmaci gratuiti, unitamente all’assurda richiesta di permettere l’accesso ai farmaci ormonali delle persone transgender solo presso team specializzati multidisciplinari con comprovata esperienza (meno di 10 città in tutto il territorio italiano).

Si rende inoltre indispensabile denunciare l’abuso di protocolli come ONIG al fine di tutelare a pieno il diritto della persona trans* di autodeterminarsi come meglio crede, e non secondo un “consono abbigliamento, consono comportamento, consona espressione di un genere scelto”.

Lotteremo per raggiungere protocolli medici avanguardia in Europa come il protocollo Transìt, per poter vedere riconosciuto il diritto ad esistere (documenti alla mano) senza dover necessariamente sottoporci a test psicodiagnostici e perizie patologizzanti, pur mantenendo l’attenzione medica degli specialisti a supporto di una eventuale terapia ormonale e/o interventi chirurgici.

Il Diritto alla Salute per le persone trans si traduce anche in un monitoraggio e ricerca degli effetti delle terapie ormonali sulle persone che le assumono, specie considerando che le terapie ormonali per le persone trans constano di farmaci non specifici per le persone trans, ma concepiti e utilizzati per altre tipologie di trattamento , tuttora con effetti dei quali a lungo termine non esiste letteratura scientifica. Rivendichiamo, dunque, farmaci specifici per i percorsi ormonali delle persone trans, e fino ad allora un reale monitoraggio da parte del Sistema Sanitario Nazionale che ci eroga queste terapie, degli effetti sulla nostra salute per l’utilizzo di farmaci con altra destinazione d’uso diversa dal percorso di transizione. E’ inoltre necessario che tutte le persone trans, operate e non operate, ma con rettifica dei documenti anagrafici, abbiano accesso ai giusti esami di screening di prevenzione corrispondenti alla loro reale necessita’ e non solo in base al genere del documento assegnato.

Rivendichiamo l’esistenza dei nostri corpi e la necessità di una corretta “computerizzazione” capace di comprendere a pieno le nostre necessità di salute e prevenzione. A titolo esemplificativi, e non esaustivo, attualmente in italia a una ragazza MtF con i documenti rettificati arriverà l’esame di screening tumorale del pap test per un utero che non possiede, e che magari servirebbe a un ragazzo FtM non operato di isterectomia ma con i documenti rettificati.

Lo sport può diventare un piccolo laboratorio dove sperimentare una società basata sulla libera espressione di sé con la consapevolezza dell’accettazione incondizionata e del rispetto da parte delle compagne e dei compagni. Un luogo dove il proprio genere, il proprio orientamento sessuale, la propria religione, la propria etnia, il proprio corpo non diventino elementi divisivi o fonte di imbarazzo, ma ricchezza per sé stessi e per il gruppo. Attraverso lo sport si possono creare ambienti dove le persone si sentano fiere del proprio corpo e di quello che sono, riuscendo a sviluppare e realizzare il proprio potenziale, prendendo consapevolezza delle reciproche differenze e rispettandole. Le persone trans si sono sentite spesso costrette ad abbandonare lo sport per l’incongruenza tra i propri documenti e il genere delle squadre di riferimento in cui partecipare. 

Attraverso l’interlocuzioni con gli enti pubblici, le scuole, le società sportive, le associazioni sportive, desideriamo costruire progetti e opportunità per la visibilità e l’inclusione di tutte le soggettività e tutti i corpi nel mondo dello Sport, informando, formando e partecipando attivamente. Nello specifico ci siamo battuti per stipulare un accordo con una delle società dilettantistiche più partecipate a livello nazionale per ottenere il tesseramento alias per le persone trans in modo da permettere loro di giocare e allenarsi in tornei o competizioni del proprio genere di elezione. È necessario rendere questa pratica una prassi per qualsiasi tipo di iscrizione sportiva a livello nazionale.

Grazie alla nostra azione di advocacy abbiamo fatto competere per la prima volta al mondo la nostra socia Valentina Petrillo, atleta donna transgender, in categoria femminile senza i documenti rettificati, per la qualificazione ai Giochi di Tokyo 2021.

Desideriamo focalizzare l’attenzione sull’importanza per le persone trans* di vedere i propri bisogni riconosciuti, come per esempio riconsiderare gli spazi comuni in ambito sportivo, come ad esempio gli spogliatoi ed i bagni, al fine di renderli più inclusivi nel rispetto del benessere di ogni persona.

Esiste un tempo che intercorre tra la richiesta di rettifica anagrafica e la modifica di questi documenti, stimabile da 1 a 3 anni di durata del procedimento in tribunale per ottenere la sentenza. Questo tempo si ripercuote su studenti e studentesse trans in molti casi inibendone la decisione di iscriversi all’università per proseguire i propri studi per evitare di subire discriminazioni derivanti dalla propria condizione. Abbiamo lottato per l’applicazione in svariati atenei italiani del profilo burocratico temporaneo (Carriera Alias) che prevede il nome del sesso di elezione sul badge universitario sostituendo il dato anagrafico della persona trans, per tutelarne il diritto alla privacy in tutte le interazioni con l’università, ad esempio in fase di appello e nell’interazione con docenti, colleghi, studenti.

Rivendichiamo il diritto delle persone trans all’autocertificazione come pratica burocratica per l’ottenimento della carriera alias negli atenei senza obbligo di alcuna perizia medico-psichiatrica, e rivendichiamo l’adesione di tutti gli atenei e centri didattici italiani all’utilizzo della pratica delle carriere alias in modo da garantire tutela a livello nazionale e non a macchia di leopardo, per non influenzare la scelta di tanti studenti e studentesse trans di dover scartare atenei che non ne prevedono l’utilizzo, iscrivendosi solo a quelli che ne prevedono l’accesso aderendo a tale tutela.